Polemiche sul Wi-Fi umano dei senza tetto

Da Alfredo 14-03-2012   19:11

Se lo scopo era far parlare di sé, la proposta ascoltata al festival tecnologico South by Southwest (Sxsw) ad Austin, in Texas, di trasformare i poveri senza tetto in antenne di trasmissione Wi-Fi che girano per la città ha certamente colpito nel segno. Ma non sembra proprio si sia trattato di una provocazione, e questo complica le cose.L’idea è dei Labs BBH, il laboratorio dedicato all’innovazione di un’agenzia di marketing newyorkese, e ha già suscitato un vespaio di polemiche. In pratica, sono stati reclutati 13 volontari di un rifugio per senzatetto e sono stati attrezzati con dispositivi di trasmissione Wi-Fi mobili, biglietti da visita e T-shirt che reclamizzavano l’operazione: “Sono Clarence (nome reale di un afroamericano rimasto senza casa a New Orleans dopo l’uragano Katrina, ndr), un hotspot 4G”. Le antenne umane sono circolate nelle zone più affollate del convegno multimediale, attirando curiosità e perplessità. I volontari hanno ottenuto 20 dollari al giorno, più le eventuali mance donate dai clienti che si sono serviti di loro, elargite tramite il servizio PayPal (la tariffa suggerita, ma non obbligatoria, era di 2 dollari per 15 minuti di conversazione).

Li hanno battezzati “Homeless Hotspots“, ed è in effetti questo che sono. Ripetitori umani con una storia di povertà alle spalle. Ma proprio questa condizione di difficoltà mette a disagio i commentatori e gli osservatori.

Tim Carmody, un blogger di Wired, trova che l’idea abbia “qualcosa che sembra uscito da un racconto di fantascienza distopica sinistramente satirica”. Una sorta di edizione, riveduta e corretta, della “Modesta proposta” dell’illuminista inglese Jonathan Swift, che suggerì il cannibalismo come soluzione alla sovrappopolazione tra i poveri d’Irlanda. Ma se Swift aveva intenti satirici, così non sembra per i senza tetto Wi-Fi.

Saneel Radia, direttore dei laboratori BBH, ha respinto qualunque accusa di sfruttamento dei senza dimora, ricordando analoghi esperimenti precedenti, in cui ad alcuni “barboni” di New York sono stati distribuiti cellulari e Twitter per richiamare l’attenzione sulla loro condizione. L’operazione dunque, avrebbe uno scopo filantropico, e Radia ha spiegato di essersi ispirato alla vendita dei giornali di strada, di cui ci sono esempi anche in Italia, da Scarp de tenis a Terre di mezzo, distribuiti dagli homeless per un dollaro.

In suo sostegno si è espresso Mitchell Gibbs, direttore del dormitorio che ospita i volontari coinvolti nel progetto, che ha dichiarato d’essere sorpreso da tutte le critica piovute sul progetto, che, anzi, avrebbe suscitato un vero “spirito imprenditoriale” tra i partecipanti.

Di opinione opposta la studiosa di teologia Susan Brooks Thistlethwaite, che, come riportato oggi sulle pagine del Corriere della Sera, si è scagliata con violenza contro l’idea degli hot-spot umani: “E’ inaccettabile la trasformazione dell’essere umano in pura infrastruttura tecnologica” ha scritto sul Washington Post.

La questione non è banale, anche perché non riguarda solamente i senza tetto pagati dalla BBH. Ognuno di noi, per molti aspetti, si sta trasformando in un ripetitore umano: nelle nostre tasche abbiamo dispositivi pensati per ricevere e trasmettere, e non sempre e non tutto è trasmesso con il nostro consenso. In questi giorni si è discusso, sul sito e sulle pagine della Stampa, di Smart City, città intelligenti in cui gli oggetti comunicano tra loro per ottenere obiettivi di efficienza e di sostegno alle attività umane. Progetti affascinanti che, inevitabilmente, coinvolgeranno gli esseri umani, trasformandoli in un pezzo della rete, più o meno consapevole. Le magliette che indosseremo, e non solo i nostri cellulari, potrebbero parlare di noi. Per farci incontrare l’anima gemella, come hanno proposto in questi giorni al convegno Sxsw alcune società impegnate nella elaborazione dei profili sui social network, oppure per suggerire a qualcuno cosa venderci. Comunque la si pensi, una cosa deve essere chiara: la fantascienza è già qui, e solo noi potremo decidere se evitare la strada sinistra della distopia.

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